
Quando si pensa generalmente all’arpa, l’immagine che più comunemente viene in mente è quella di uno strumento legato esclusivamente alla musica che oggi definiamo “classica”.
Non è un’immagine del tutto casuale: basti pensare alle grandi pagine dell’impressionismo francese di Debussy e Ravel, ai passi indimenticabili e commoventi delle opere pucciniane o ancora alle cadenze fiabesche che Čajkovskij affidava spesso a questo magico strumento.
Eppure, ridurre l’arpa esclusivamente alla musica classica significherebbe dimenticare una parte importante della sua storia.
L’arpa è infatti uno degli strumenti più antichi della storia della musica e, proprio per questo, ha attraversato culture, epoche e linguaggi molto diversi. La sua storia non nasce nelle sale da concerto: le prime forme di arpa compaiono nell’antichità e lo strumento viene utilizzato, nel corso dei secoli, in contesti popolari, religiosi e di intrattenimento. Avevamo già parlato di come si impara a suonarla e dei benefici che può dare.
Solo in seguito l’arpa arriverà a occupare il posto che oggi le riconosciamo nella tradizione concertistica occidentale.
E forse è proprio questo il primo elemento interessante: l’arpa è uno strumento antichissimo, ma la sua identità “classica”, così come oggi siamo abituati a immaginarla, è il risultato di una lunga evoluzione storica, tecnica e musicale.
Uno strumento antico, molto prima della musica classica
Nel corso dei secoli sono state create e sviluppate numerose tipologie di arpe. La necessità di adattare lo strumento a linguaggi musicali sempre più complessi ha portato progressivamente a modificarne la struttura e il funzionamento.
Uno dei principali problemi che si presentarono nel corso della sua evoluzione fu quello della produzione delle alterazioni.
In origine, queste potevano essere ottenute premendo le dita nella parte superiore dello strumento, vicino al punto di attacco delle corde, oppure modificando l’accordatura di volta in volta con l’ausilio di una chiave e, successivamente, attraverso diversi sistemi meccanici, come i ganci posti nella parte superiore dello strumento.
Il problema, in sostanza, era semplice da formulare ma complesso da risolvere: un’arpa accordata secondo una scala diatonica non permette automaticamente di disporre, senza intervenire sulle corde, di tutti i suoni della scala cromatica.
Per questo motivo, la possibilità di modificare l’altezza delle corde divenne uno dei grandi problemi tecnici della storia dello strumento.
Nel tempo si arrivò così a concepire arpe con due e, in alcuni casi, tre file di corde, accordate in modo da poter disporre di un maggior numero di note e affrontare con maggiore libertà i problemi posti dal cromatismo e dalla modulazione.
Per l’arpa tripla, o arpa barocca, Monteverdi affidò una parte di particolare rilievo allo strumento nell’Orfeo, rappresentato a Mantova nel 1607. Più tardi, Händel scrisse il celebre Concerto per arpa in Si bemolle maggiore, ancora oggi presente nel repertorio e frequentemente richiesto nelle audizioni orchestrali.
L’arpa, dunque, era già uno strumento capace di confrontarsi con repertori complessi molto prima della nascita dell’arpa moderna.
Dalle prime arpe a pedali alla soluzione di Hochbrucker
Una delle tappe decisive dell’evoluzione dello strumento fu l’introduzione dei pedali.
Dopo anni di sperimentazione, all’inizio del XVIII secolo il liutaio bavarese Jacob Hochbrucker sviluppò un sistema che prevedeva sette pedali collocati alla base dello strumento e collegati, attraverso una meccanica interna alla colonna, al sistema posto nella parte superiore dell’arpa.
L’obiettivo era permettere all’esecutore di modificare l’altezza di determinate corde senza interrompere l’esecuzione per intervenire direttamente sull’accordatura.
L’arpa a pedali rappresentò quindi un passaggio fondamentale perché rese lo strumento progressivamente più libero dal punto di vista armonico.
La possibilità di intervenire sulle corde durante l’esecuzione consentiva infatti di affrontare tonalità e modulazioni che, fino a quel momento, risultavano molto più problematiche.
Ma la soluzione non era ancora definitiva.
Il sistema a semplice movimento permetteva di modificare ciascuna corda di un solo semitono. Per soddisfare pienamente le esigenze della musica che si stava sviluppando tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, era necessario compiere un ulteriore passo.
Sébastien Érard e la nascita dell’arpa moderna
Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, il costruttore Sébastien Érard contribuì in maniera decisiva allo sviluppo dell’arpa a pedali.
Il passaggio fondamentale fu l’introduzione del sistema a doppio movimento, brevettato da Érard in Inghilterra nel 1810 e successivamente a Parigi nel 1811.
Il principio era rivoluzionario.
Attraverso i sette pedali, ogni nota poteva essere collocata in tre diverse posizioni: bemolle, naturale e diesis. In questo modo l’arpista poteva disporre dell’intera scala cromatica senza dover interrompere l’esecuzione per modificare manualmente l’accordatura delle corde.
Il sistema a doppio movimento rappresentò una svolta decisiva nella storia dello strumento.
L’arpa moderna diventava finalmente capace di affrontare con una libertà molto maggiore le esigenze armoniche della musica occidentale e il sistema di base elaborato da Érard è ancora oggi alla base dell’arpa da concerto a pedali.
Tra il 1811 e il 1835 furono prodotte e vendute migliaia di arpe. Fu un momento cruciale per l’organologia dello strumento e contribuì a rivoluzionarne definitivamente il futuro.
L’arpa iniziava così ad assumere progressivamente la forma tecnica e musicale che oggi conosciamo.
L’arpa cromatica Pleyel: un’altra strada possibile
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento arrivò un’ulteriore svolta.
L’azienda Pleyel sviluppò un modello di arpa cromatica che proponeva una soluzione completamente diversa al problema affrontato per secoli dai costruttori di arpe.
Invece di modificare l’altezza delle corde attraverso i pedali, l’arpa cromatica disponeva di più file di corde, permettendo all’esecutore di ottenere il cromatismo direttamente attraverso la disposizione delle note sullo strumento.
Fu proprio per valorizzare le possibilità di questa arpa che Pleyel commissionò a Claude Debussy le Danses sacrée et profane, composte nel 1904.
Il confronto tra arpa cromatica e arpa a pedali è particolarmente interessante perché mostra come, nella storia di uno strumento, lo stesso problema tecnico possa essere affrontato attraverso soluzioni completamente differenti.
Da una parte c’era l’arpa cromatica, che cercava di mettere direttamente a disposizione dell’esecutore le note necessarie attraverso una diversa disposizione delle corde.
Dall’altra, l’arpa a pedali, che conservava la struttura diatonica dello strumento intervenendo meccanicamente sulla lunghezza vibrante delle corde.
L’arpa cromatica non riuscì tuttavia a imporsi come modello dominante.
La disposizione su più file di corde rendeva l’esecuzione più complessa e richiedeva un diverso rapporto fisico e visivo con lo strumento. L’arpa a doppio movimento, grazie alla sua meccanica, alla versatilità e a una tecnica ormai sempre più consolidata, finì così per prevalere e diventare lo strumento di riferimento della tradizione concertistica.
Debussy, Ravel e le nuove possibilità dell’arpa
Il consolidamento dell’arpa a pedali aprì progressivamente nuove possibilità anche per i compositori.
Claude Debussy e Maurice Ravel contribuirono in modo decisivo a definire l’immagine sonora dell’arpa nella musica del primo Novecento, ma sarebbe riduttivo pensare al loro contributo soltanto in termini di atmosfera o di colore orchestrale.
Lo strumento cominciava infatti a essere utilizzato in maniera sempre più consapevole delle proprie possibilità tecniche.
Maurice Ravel, per esempio, esplorò in modo particolarmente raffinato le potenzialità dell’arpa nell’Introduzione e Allegro, dove armonici, glissandi e combinazioni di pedali contribuiscono a rendere lo strumento una presenza protagonista e non semplicemente decorativa.
L’arpa che conosciamo oggi è, perciò, il frutto di una lunga evoluzione.
Solo con lo sviluppo dell’arpa a pedali lo strumento entrò progressivamente nel repertorio colto europeo e raggiunse, a differenza di molti altri strumenti, soltanto nel XIX secolo una posizione stabile nell’orchestra e nella musica da camera.
È un dato particolarmente interessante: uno degli strumenti più antichi della storia della musica ha conquistato relativamente tardi il ruolo che oggi consideriamo naturale nella tradizione orchestrale occidentale.
La tradizione italiana e l’evoluzione contemporanea dello strumento
La storia dell’arpa non si conclude naturalmente con Érard, Debussy o Ravel.
Anche la costruzione dello strumento ha continuato a evolversi, cercando di migliorare affidabilità, precisione meccanica, qualità del suono e risposta alle esigenze degli esecutori.
In questo percorso è interessante ricordare il ruolo della tradizione italiana.
Oggi una delle principali realtà internazionali nella costruzione dell’arpa ha infatti sede in Piemonte: Salvi Harps rappresenta un esempio significativo di come la storia dello strumento continui a intrecciare ricerca tecnica, esperienza degli arpisti e tradizione artigianale.
La costruzione dell’arpa moderna non è quindi soltanto una questione di passato. Materiali, meccanica, progettazione e nuove tipologie di strumento continuano ancora oggi a rappresentare un terreno di evoluzione.
E forse proprio questo è uno degli aspetti più interessanti dell’arpa: uno strumento dalle origini antichissime continua ancora a interrogarsi sulle proprie possibilità future.
Il Novecento cambia l’immagine dell’arpa
Il Novecento ha aperto all’arpa possibilità completamente nuove.
La musica contemporanea ha iniziato a esplorare tecniche cosiddette “estese”: armonici, suoni percussivi, utilizzo di oggetti e strumenti esterni e, più in generale, modalità di utilizzo dello strumento che in precedenza non erano considerate centrali.
Basti pensare alla Sequenza II per arpa sola di Luciano Berio.
In questo caso il compositore sembra voler superare l’idea tradizionale e “impressionista” dell’arpa, legata ai dolci glissandi e alle atmosfere rarefatte, mostrando invece un volto più duro, forte e aggressivo dello strumento.
Il punto non è soltanto che il Novecento abbia prodotto nuove composizioni per arpa.
È cambiata, più profondamente, l’idea stessa di quale suono lo strumento potesse produrre.
L’arpa non veniva più considerata soltanto per ciò che rappresentava nella tradizione orchestrale, ma anche per ciò che poteva ancora diventare.
Quando l’arpa cambia linguaggio
Ma la storia non si conclude qui.
Nel corso del XX secolo, l’arpa ha iniziato a uscire sempre più frequentemente dal suo ruolo tradizionale, entrando in contatto con il jazz, la musica folk, l’elettronica e forme ibride difficili ancora oggi da classificare.
Questo cambiamento è interessante perché dimostra, a tutti gli effetti, che l’arpa non è necessariamente legata a uno specifico linguaggio musicale.
E forse il punto più importante è proprio questo: cambiare il linguaggio dell’arpa non significa necessariamente cambiare lo strumento. Significa cambiare il modo di pensarlo.
Questa trasformazione non è avvenuta soltanto attraverso nuove tecnologie o nuovi modelli di arpa.
È avvenuta soprattutto attraverso musicisti capaci di utilizzare uno strumento tradizionalmente associato alla musica classica all’interno di linguaggi completamente differenti.
Nel jazz, per esempio, figure come Dorothy Ashby e Alice Coltrane hanno contribuito in maniera decisiva a dimostrare che l’arpa poteva assumere un ruolo completamente diverso: non soltanto presenza orchestrale o strumento dal carattere evocativo, ma voce autonoma all’interno dell’improvvisazione, della ricerca ritmica e della sperimentazione sonora.
Il loro contributo, insieme a quello di molti altri arpisti e musicisti, merita un approfondimento specifico.
Quindi, l’arpa è davvero uno strumento classico?
La risposta è sì, ma soltanto se con questa affermazione non intendiamo dire che l’arpa appartenga esclusivamente alla musica classica.
L’arpa è diventata uno degli strumenti più riconoscibili della tradizione orchestrale e cameristica occidentale. Debussy, Ravel, Puccini e molti altri compositori hanno contribuito a costruire un immaginario sonoro che ancora oggi associamo immediatamente allo strumento.
Ma la sua storia è molto più ampia.
L’arpa è nata molto prima della musica classica, ha attraversato culture e funzioni differenti, ha dovuto reinventarsi tecnicamente per rispondere alle esigenze di linguaggi musicali sempre più complessi e, nel Novecento, ha cominciato nuovamente a superare i confini che sembravano definirla.
Può essere classica.
Può essere contemporanea.
Può diventare jazz, folk, elettronica o attraversare linguaggi che ancora non sappiamo definire.
E forse è proprio questa la sua caratteristica più affascinante: l’arpa non appartiene a un solo linguaggio. È uno strumento che, ogni volta, può essere ripensato attraverso il modo in cui un musicista sceglie di suonarla.
La sua storia, in fondo, non è soltanto quella di uno strumento che si è evoluto nel tempo.
È la storia di uno strumento che continua ancora oggi a scoprire ciò che può diventare.
A cura di Martina Natuzzi
Foto in apertura by Olivia per uso gratuito scaricata in data 07/09/2026 da Pexels


