
Per molto tempo l’arpa è stata associata quasi esclusivamente alla musica classica e al repertorio orchestrale.
Eppure, soprattutto nel corso del Novecento, alcuni musicisti hanno dimostrato quanto questa immagine fosse limitata.
L’arpa è entrata nel jazz, nella sperimentazione, nella musica contemporanea e in numerosi linguaggi musicali difficili da racchiudere in una sola definizione. E non lo ha fatto semplicemente come strumento di accompagnamento o come presenza decorativa.
In alcuni casi è diventata una vera voce protagonista.
Tra le figure che hanno contribuito in modo più importante a questo cambiamento, due nomi occupano un posto fondamentale: Dorothy Ashby e Alice Coltrane.
Le loro esperienze sono molto diverse, così come diverso è il loro modo di pensare e suonare l’arpa. Ma entrambe hanno contribuito a dimostrare che uno strumento tradizionalmente associato alla musica classica poteva entrare nel jazz senza rinunciare alla propria identità.
Al contrario, proprio le caratteristiche dell’arpa potevano diventare una risorsa per creare nuove sonorità.
Dorothy Ashby e l’arpa che impara a swingare
Se oggi l’arpa può essere considerata, almeno in parte, uno strumento capace di muoversi con naturalezza anche nel linguaggio jazzistico, molto del merito va a Dorothy Ashby.
Nata a Detroit, Ashby si formò inizialmente come pianista e studiò musica alla Wayne State University. All’inizio degli anni Cinquanta scelse però di dedicarsi in modo sempre più deciso all’arpa, in un ambiente nel quale lo strumento era ancora considerato quasi esclusivamente legato alla musica classica.
La difficoltà non era soltanto tecnica.
Nel jazz, l’arpa non aveva ancora una vera tradizione consolidata.
Bisognava dimostrare che poteva sostenere un ritmo, inserirsi nel dialogo con gli altri strumenti e, soprattutto, diventare uno strumento capace di improvvisare.
Dorothy Ashby fece proprio questo.
Il suo modo di suonare dimostrò progressivamente che l’arpa poteva affrontare il linguaggio del bebop e del jazz moderno con un ruolo molto più attivo di quello al quale era stata fino a quel momento generalmente associata.
Il suo lavoro discografico degli anni Cinquanta, con album come The Jazz Harpist e Hip Harp, rappresenta uno dei primi momenti nei quali l’arpa assume un ruolo centrale all’interno di un linguaggio jazzistico moderno.
L’aspetto forse più interessante è che Ashby non cercò di trasformare l’arpa in un altro strumento.
Non tentò di farla diventare un pianoforte, un vibrafono o una chitarra.
Accettò le caratteristiche specifiche dello strumento e imparò a utilizzarle all’interno di un linguaggio nuovo.
Arpeggi, accordi, risonanze e possibilità ritmiche diventavano così parte integrante della sua voce musicale.
Un problema tecnico che diventa una possibilità musicale
Suonare jazz con l’arpa comporta alcune difficoltà molto concrete.
Uno degli elementi centrali del jazz è infatti la possibilità di muoversi armonicamente con grande libertà, improvvisando e modificando continuamente il percorso musicale.
Per un’arpista, questo significa confrontarsi anche con la meccanica dello strumento.
Sull’arpa a pedali, per esempio, le modifiche cromatiche dipendono dal movimento dei pedali. Questo comporta la necessità di pensare e preparare in anticipo determinate modifiche armoniche, soprattutto quando la musica cambia rapidamente tonalità o utilizza accordi complessi.
Nel jazz, dove l’improvvisazione può condurre il musicista verso direzioni non completamente previste, questo rapporto tra libertà musicale e organizzazione tecnica diventa particolarmente interessante.
Ed è proprio qui che il lavoro di Dorothy Ashby assume un valore ancora maggiore.
La sua musica dimostra che i limiti tecnici di uno strumento non impediscono necessariamente l’improvvisazione. Possono, al contrario, contribuire a definire un modo personale di improvvisare.
L’arpista non pensa esattamente come un pianista.
Non dispone immediatamente della stessa configurazione cromatica della tastiera.
E proprio questa differenza può generare un diverso modo di costruire accordi, linee melodiche e percorsi improvvisativi.
Da bebop a soul jazz: un linguaggio in continua trasformazione
Nel corso della sua carriera Dorothy Ashby non rimase ferma a un solo linguaggio.
Dopo le prime esperienze più vicine al jazz moderno, il suo percorso si aprì progressivamente a sonorità diverse.
Negli anni Sessanta la sua musica incorporò nuove influenze e, soprattutto nella seconda parte del decennio, si allontanò ulteriormente dall’immagine tradizionale dell’arpa.
Album come Afro-Harping del 1968 mostrano una ricerca che mette insieme jazz, soul e influenze più ampie, mentre lavori successivi come Dorothy’s Harp e The Rubáiyát of Dorothy Ashby testimoniano un interesse crescente per nuove combinazioni timbriche e culturali.
In The Rubáiyát of Dorothy Ashby, pubblicato nel 1970, l’arpista esplora inoltre il rapporto tra la propria musica e strumenti come il koto, allontanandosi ulteriormente da qualsiasi immagine convenzionale dell’arpa jazz.
La sua evoluzione è significativa perché dimostra un aspetto fondamentale.
Una volta liberata dall’idea di dover appartenere esclusivamente alla musica classica, l’arpa non ha trovato semplicemente un nuovo genere nel quale collocarsi.
Ha iniziato a muoversi.
Jazz, soul, influenze brasiliane, psichedelia, world music: nel percorso di Dorothy Ashby lo strumento diventa progressivamente sempre più difficile da rinchiudere in una sola categoria.
Alice Coltrane: dall’arpa al suono come esperienza spirituale
Se Dorothy Ashby dimostrò che l’arpa poteva diventare uno strumento protagonista nel jazz moderno, Alice Coltrane portò lo strumento verso territori ancora differenti.
Anche Alice Coltrane era originaria di Detroit e, prima di diventare arpista, si era affermata come pianista.
La sua formazione musicale e il suo linguaggio pianistico furono influenzati anche da Dorothy Ashby, che rappresentò per lei un punto di riferimento importante e contribuì a orientarla, nel tempo, verso l’arpa.
Ma il modo in cui Alice Coltrane utilizzò lo strumento fu profondamente personale.
Nella sua musica, l’arpa non è semplicemente uno strumento jazz al quale applicare le regole dell’improvvisazione bebop.
Diventa parte di una ricerca più ampia, nella quale convivono jazz modale, free jazz, musica indiana, sonorità orchestrali e una crescente dimensione spirituale.
Dopo aver lavorato accanto a John Coltrane negli ultimi anni della sua vita, Alice Coltrane sviluppò un percorso personale che, soprattutto dopo il 1967, divenne sempre più riconoscibile.
Il suo primo album da leader dopo la morte di John Coltrane, A Monastic Trio, pubblicato nel 1968, presenta già il suo interesse per il rapporto tra pianoforte e arpa. Negli anni successivi, questo strumento avrebbe assunto un ruolo sempre più importante nella sua ricerca.
Journey in Satchidananda e un nuovo spazio per l’arpa
Uno dei momenti più significativi di questo percorso è rappresentato da Journey in Satchidananda, pubblicato nel 1971.
In questo album, la musica di Alice Coltrane costruisce uno spazio sonoro nel quale l’arpa non deve necessariamente seguire i modelli tradizionali del jazz.
La ripetizione, la risonanza, la sovrapposizione dei timbri e il rapporto con strumenti provenienti da tradizioni musicali differenti contribuiscono a creare una musica che sembra cercare non soltanto un nuovo stile, ma un diverso modo di vivere l’ascolto.
L’arpa assume qui un ruolo particolarmente naturale.
Le sue risonanze, gli arpeggi e la possibilità di creare continuità sonora contribuiscono alla costruzione di un ambiente musicale nel quale il tempo sembra assumere un andamento differente.
È forse questa una delle differenze più interessanti rispetto a Dorothy Ashby.
Nella musica di Ashby, l’arpa dimostra di poter swingare, dialogare e improvvisare all’interno del jazz.
Nella musica di Alice Coltrane, invece, può contribuire a creare uno spazio sonoro più ampio, nel quale improvvisazione, spiritualità e contemplazione diventano elementi inseparabili.
Questa non è naturalmente una contrapposizione assoluta.
Entrambe le musiciste improvvisano e sperimentano.
Ma il loro rapporto con lo strumento conduce verso risultati profondamente diversi.
Universal Consciousness e l’espansione del linguaggio
Con lavori come Universal Consciousness e World Galaxy, Alice Coltrane continuò ad ampliare il proprio linguaggio musicale.
L’arpa entrò in un universo nel quale jazz, strumenti occidentali, sonorità orchestrali e riferimenti alla musica indiana potevano convivere senza dover necessariamente essere separati in generi distinti.
In Universal Consciousness, pubblicato nel 1971, Alice Coltrane suona l’arpa e l’organo Wurlitzer, affiancando il proprio gruppo a un quartetto d’archi e a una scrittura che amplia ulteriormente lo spazio della musica.
L’arpa non è quindi un elemento decorativo.
Diventa parte di una concezione sonora complessiva.
Questo aspetto è particolarmente importante per comprendere il contributo di Alice Coltrane: lo strumento non viene portato semplicemente “nel jazz”, ma inserito in un linguaggio che mette continuamente in discussione i confini stessi del jazz.
Due arpiste, due modi di cambiare le regole
Dorothy Ashby e Alice Coltrane rappresentano due momenti fondamentali nella storia dell’arpa del Novecento.
Dorothy Ashby dimostrò che l’arpa poteva sostenere il linguaggio del jazz moderno, improvvisare, affrontare il ritmo e assumere un ruolo di primo piano all’interno di una formazione.
Alice Coltrane dimostrò invece che lo strumento poteva entrare in una dimensione ancora più ampia, nella quale jazz, ricerca timbrica, spiritualità e tradizioni musicali differenti potevano incontrarsi.
La loro importanza non consiste soltanto nell’aver “portato l’arpa nel jazz”.
Questa formula, pur essendo efficace, rischia di essere troppo semplice.
Il loro contributo più profondo è stato quello di modificare l’immaginario musicale associato allo strumento.
Dopo Dorothy Ashby e Alice Coltrane era più difficile pensare all’arpa soltanto come a uno strumento destinato ai glissandi orchestrali o alle atmosfere della musica classica.
E dopo Dorothy Ashby e Alice Coltrane?
La storia naturalmente non si è fermata a loro.
Nelle generazioni successive, numerosi musicisti hanno continuato a esplorare nuove possibilità per l’arpa.
Il lavoro di arpiste come Brandee Younger, per esempio, mostra come il rapporto tra arpa e jazz possa continuare a evolversi anche nel panorama contemporaneo, mantenendo vivo il dialogo con l’eredità di Dorothy Ashby e Alice Coltrane. La stessa storia della musica sperimentale ha poi portato musicisti come Zeena Parkins verso un utilizzo dell’arpa ancora più radicale, spesso lontano dalle convenzioni tradizionali dello strumento.
E naturalmente il percorso non riguarda soltanto il jazz.
L’arpa contemporanea continua a entrare in contatto con elettronica, musica popolare, rock, folk e forme di sperimentazione nelle quali diventa sempre più difficile stabilire dove finisca un genere e ne inizi un altro.
L’arpa nel jazz è ancora una storia aperta
Forse è proprio questo l’aspetto più interessante.
Quando Dorothy Ashby iniziò a proporre l’arpa come strumento protagonista nel jazz, doveva prima di tutto dimostrare che fosse possibile.
Quando Alice Coltrane la utilizzò per costruire il proprio universo musicale, il problema non era più stabilire se l’arpa avesse il diritto di appartenere al jazz.
La domanda era diventata un’altra:
che cosa può ancora diventare questo strumento?
È una domanda che continua a essere attuale.
Perché ogni musicista che si avvicina all’arpa porta inevitabilmente con sé un modo personale di pensare il suono, il ritmo, l’armonia e l’improvvisazione.
L’arpa può quindi cambiare linguaggio senza perdere la propria identità.
E forse è proprio questa la lezione più importante lasciata da Dorothy Ashby e Alice Coltrane: uno strumento non è definito una volta per tutte dal repertorio che ha alle spalle, ma anche dalle possibilità che i musicisti riescono ancora a immaginare per lui.
L’arpa nel jazz, dunque, non è una curiosità marginale.
È una delle dimostrazioni più evidenti di quanto uno strumento possa continuare a trasformarsi quando cambia il modo in cui viene ascoltato, pensato e suonato.
A cura di Martina Natuzzi
Foto gentilmente fornita dall’autrice dell’articolo.


