Basso continuo

Forse sono in pochissimi a saperlo o anche solo immaginarlo, ma la storia di termini musicali come basso continuo, solfeggio e partimento è in qualche modo legata a quella degli istituti di beneficenza sorti in Italia nella seconda metà del ‘500. Erano infatti luoghi che davano alloggio, istruzione e cibo ai numerosi bambini abbandonati per le strade di grandi città portuali, come ad esempio Napoli e Venezia.

Perché si chiamano “Conservatori” di musica

A Napoli tali istituti erano chiamati Conservatori, perché ‘conservavano’ l’infanzia abbandonata, a Venezia avevano invece il nome di Ospedali. Con il tempo divennero delle vere e proprie scuole di musica professionali: quelli veneziani specializzati nella formazione strumentale, i napoletani nel canto e nella composizione. Sull’argomento ti consigliamo anche questo articolo.

Il ruolo dell’insegnamento musicale nella società del Settecento

Nel Settecento il consumo di musica si diffuse nelle diverse classi sociali, non rimanendo prerogativa di quelle dominanti. La formazione musicale diventò così un potente motore di mobilità sociale, sollevando molti bambini svantaggiati dalla povertà e portandone alcuni a livelli inimmaginabili di fama e fortuna. In altre parole una buona voce e un buon orecchio potevano trasformare le sorti di una giovane vita, abbattendo in un colpo grosse barriere sociali.

Le scuole ecclesiali

L’istruzione era quasi esclusivamente nelle mani della chiesa e gli orfani e i ragazzi di famiglie povere che venivano accolti nelle scuole ecclesiali dovevano contribuire al costo della loro istruzione e mantenimento, di solito cantando in coro e servendo in chiesa.

Le numerose chiese presenti nel 19° secolo avevano necessità di giovani coristi e quelle più grandi, avendo un organo, anche di organisti.

Il successo, e lo sbocco lavorativo, dell’opera in musica

Alla musica ecclesiastica si affiancò la crescente popolarità che acquistò all’epoca l’opera in musica, con la necessità d’un gran numero di persone per la sua realizzazione: compositori, cantanti, orchestrali, accompagnatori al cembalo.

Aumentò quindi, in generale, la richiesta di professionisti della musica e lo studio della musica divenne la specializzazione primaria in alcuni di quegli istituti, costituendo anche una notevole fonte di guadagno per chi li gestiva.

I maestri di musica: un po’ talent scout e un po’ manager (tipo i procuratori dei calciatori di oggi…)

Ai maestri veniva dato un incentivo a cercare e coltivare i ragazzi più capaci, rivendicando una percentuale dei loro guadagni per tutta la vita. Più l’allievo aveva successo, maggiore era il profitto.

Tuttavia erano relativamente pochi tra questi coloro i quali riuscivano davvero a passare dal rango di abili artigiani a quello di musicisti di successo, come compositori d’opera, castrati di fama o direttori musicali in una corte importante. Ciò era un po’ come vincere a una lotteria…

La formazione musicale nel diciottesimo secolo

La norma, nella formazione musicale nel diciottesimo secolo, prevedeva tre fasi di apprendistato. La prima copriva il canto di base e la lettura della partitura attraverso la solmisazione (il solfeggio tradizionale) e le convenzioni liturgiche. La seconda fase costituiva il livello intermedio di artigianato, in cui si migliorava la capacità di cantare con grazia e con gusto, imparando a suonare vari strumenti, e a realizzare il basso alla tastiera. Solo chi mostrava un talento cospicuo e/o i giusti legami familiari era ritenuto degno di passare all’ultima fase, insegnata individualmente o in piccoli gruppi a chi era ormai considerato come un maestro artigiano in erba. Questa era caratterizzata da corsi specialistici, di perfezionamento, in contrappunto, composizione ed esecuzione.

I quattro conservatori di Napoli famosi in tutta Europa per la qualità dei professionisti musicali che formavano

Targa conservatorio San Pietro a Majella di Napoli
Targa esposta sul Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli. Foto di Angelo Agostini, docente di Corno nello stesso conservatorio

I quattro conservatori napoletani – Santa Maria di Loreto, I poveri di Gesù Cristo, Sant’Onofrio a Capuana e Santa Maria della Pietà dei Turchini – famosi in tutta Europa per l’eccellenza del loro insegnamento, riuscivano a produrre regolarmente maestri e virtuosi commerciabili. Il loro merito principale fu di aver sviluppato un metodo originale ed efficacissimo di insegnamento orientato molto più sulla pratica che non sulla speculazione astratta, dato che molti allievi, provenendo da classi povere, avevano un’istruzione di base molto scarsa.

I più famosi maestri napoletani, non meno importanti dei celebri colleghi europei…

I maestri che insegnarono presso queste istituzioni – tra cui Alessandro Scarlatti, Leonardo Leo, Francesco Durante e Giovanni Paisiello – non scrissero trattati come i loro colleghi francesi o tedeschi, per cui la loro importanza nella teoria della composizione è stata generalmente trascurata. La scuola napoletana si basava in gran parte sulla trasmissione orale dell’insegnamento, da maestro ad allievo.

La trasmissione della competenza musicale avveniva non a livello razionale, ma a un livello più profondo, creando nel discepolo una sorta di istinto appreso. Un concetto che oggi è stato in più modi teorizzato tra i più validi e avanzati metodi di insegnamento della musica anche ai più piccoli, come nel caso della capacità di “audiation” teorizzata nel 1986 da Edwin Gordon, ideatore dell’omonimo metodo di apprendimento musicale (Music Learning Theory).

Differenza nel modo di apprendere la musica tra l’Ottocento e oggi

Il mondo delle lezioni e degli esercizi studiato dai giovani musicisti dei secoli passati era spesso molto diverso da quello che si studia oggi negli attuali conservatori. Nel ‘700 e nell’800, gli studenti che avevano completato con successo la loro educazione musicale non solo erano in grado di eseguire concerti, quartetti e sonate, ma anche di comporli. In altre parole, potevano leggere, scrivere e improvvisare musica più o meno allo stesso modo in cui potrebbero leggere, scrivere e parlare nella loro lingua madre. Oggi gli studenti tipici che si diplomano in un corso strumentale di musica classica possono leggere questa musica ma non scriverla o improvvisarla. In un certo senso non sono in grado di “parlare” la musica classica che suonano…

Nel Settecento i rudimenti della musica continuarono a essere insegnati utilizzando un metodo medievale ideato per addestrare il clero e i cori a cantare il Canto Piano (il corpo di canti usati nella liturgia della chiesa).

Canto piano e solmisazione esacordale guidoniana

Gli insegnanti il ​​più delle volte erano monaci, monache e sacerdoti e la maggior parte dei bambini iniziava sempre le lezioni di educazione musicale con il canto piano e la solmisazione esacordale guidoniana. Nel XVIII secolo, il tetragramma, le note quadrate e le chiavi medievali erano ancora in uso comune per le lezioni dei principianti. Erano ideali per imparare a leggere le melodie rapidamente e facilmente.

I bambini imparavano a leggere la musica per diversi anni prima di poter cantare o toccare uno strumento.

Dopo aver padroneggiato la solmisazione, l’esercizio di nominare le note in semplici melodie per consolidare l’abilità nella lettura a prima vista (il solfeggio parlato), gli apprendisti passavano alla vocalizzazione

Questa consiste nella pratica di vocalizzare le sillabe, eseguendole con abbellimenti e diminuzioni, cioè l’aggiunta ritmicamente opportuna di nuovi suoni alla vocale, mediante l’utilizzazione di valori più brevi. È questo il retaggio dello stile melismatico o stile fiorito con cui i cantori elaboravano lo schema sillabico di partenza nelle celebrazioni liturgiche.

Stile sillabico e stile melismatico

L’esempio che segue è un solfeggio di Niccolò Jommelli (1714-1774) compositore italiano tra i massimi rappresentanti della scuola musicale napoletana. Queste otto battute contengono una possibile vocalizzazione sulla successione di sillabe do-re-mi, corrispondente al modello intervallare tono-tono-semitono, con accompagnamento del basso.

Esempio di vocalizzazione

Qui un esempio di vocalizzazione di una struttura sillabica da parte del Professore Nicholas Baragwanath.


La formazione degli apprendisti nel passaggio dalla solmisazione alla vocalizzazione si collega dunque a una pratica secolare

Essi imparavano così migliaia di modi per realizzare schemi di base di sillabe (o solfeggi) applicando diverse possibilità di vocalizzazione, cucendoli poi insieme per creare una melodia estesa.

Già dalle prime lezioni per i principianti, il tipo più comune di solfeggio consisteva in una melodia, o talvolta in un duetto o trio vocale, da cantare, usando le sillabe, insieme a una linea di basso suonata come accompagnamento dell’insegnante alla tastiera.

Nei conservatori napoletani, gli studenti potevano progredire con la tastiera solo dopo aver imparato il canto

La prima fase di un apprendistato si basava sul canto. Se un bambino non riusciva a cantare intonato o a tenere il tempo, allora non aveva senso contemplare per lui un futuro musicale.

“Chi sa cantare, può suonare”, come si diceva a Napoli.

Quando arrivavano alla tastiera o altro strumento, conoscevano a fondo il linguaggio musicale corrente e un vasto repertorio di melodie.

I bassi didattici, eseguiti sulla tastiera, erano chiamati Partimenti. La parola partimento è etimologicamente collegata al verbo [s]partire (da cui partizione), che significa suddividere.

Che cos’è il partimento

Il Partimento è una linea del basso da suonare alla tastiera con la mano sinistra, dato come compito la cui soluzione e realizzazione avveniva testando varie apposizioni di accordi o voci contrappuntistiche con la mano destra.

Il partimento può apparire simile ai bassi usati dai continuisti del XVIII secolo, cioè gli strumentisti (liutista, violoncellista, organista o cembalista) addetti alla realizzazione del Basso Continuo. Il basso continuo è la parte musicale di una partitura in cui è notato il registro più grave di una composizione. Gli strumenti in grado di produrre accordi (liuto, organo e cembalo) realizzavano la base armonica della composizione. Questa base armonica era semplificata dal compositore ponendo dei numeri al di sopra del basso. Attraverso questi numeri il continuista doveva ricavare gli accordi necessari.

Differenza tra basso continuo e partimento

A differenza di questo tipo di basso, il Partimento non serve ad accompagnare altri strumenti. I partimenti sono degli esercizi di composizione che contengono tutti gli elementi per realizzare, tramite l’improvvisazione, un brano completo e avente senso compiuto dal punto di vista formale. I partimenti realizzati, infatti, danno vita a sonate, toccate, concerti, fughe e ad altri generi di composizioni.

L’esempio successivo è il Partimento Gj 1332 No. 2 del IV libro del maestro Fedele Fenaroli (1730–1818) compositore e insegnante della scuola musicale napoletana.

Partimento Gj 1332 No. 2 del IV libro del maestro Fedele Fenaroli (1730–1818)

Il clavicembalista e direttore Ewald Demeyere ci mostra due possibili realizzazioni:

I partimenti nella formazione musicale tra 1600 e 1800

I Partimenti furono al centro della formazione dei musicisti di corte europei dalla fine del 1600 fino alla fine del 1800. Hanno avuto la loro maggiore influenza prima nei conservatori italiani, in particolare a Napoli. Solo dopo sono arrivati al Conservatorio di Parigi, dove i principi della “scuola italiana” hanno continuato a essere insegnati fino al XX secolo! Poiché l’apprendimento dello stile musicale italiano era una priorità per quasi tutti i musicisti del diciottesimo secolo, molti noti compositori non italiani, tra cui Bach, Handel, Haydn e Mozart, studiavano o insegnavano anche Partimenti.

[…] dove posso avere più speranza di emergere? Forse in Italia, dove solo a Napoli ci sono sicuramente 300 Maestri […] o a Parigi, dove circa due o tre persone scrivono per il teatro e gli altri compositori si possono contare sulle punte delle dita?
[W.A. Mozart, 1778]

APPROFONDIMENTI VIDEO SULL’ARTE ITALIANA DEL SOLFEGGIO

Il solfeggio italiano spiegato in 4 minuti

Un esempio di lezione di solfeggio italiano

Il Canto Piano suonava più come musica galante

La notazione è la maledizione del musicista moderno

Il solfeggio italiano e la famosa Aria di Bach


L’ARTE ITALIANA DEL PARTIMENTO, PARTE 1, 2 E 3

Questo articolo su basso continuo, solfeggio e partimento è stato composto con estratti tratti da testi e articoli dei maggiori esperti della scuola musicale napoletana. In particolare:

Giorgio Sanguinetti, professore associato di Teoria e Analisi della Musica all’Università di Roma-Tor Vergata >> The Art of Partimento  

Robert O. Gjerdingen, studioso di teoria e percezione musicale, professore emerito alla Northwestern University >> Music in the Galant Style 

Child Composers in the Old Conservatories (Robert O. Gjerdingen)

Nicholas Baragwanath, musicologo e pianista britannico, attualmente professore di musica all’Università di Nottingham >> The Solfeggio Tradition  

Peter van Tour, musicologo, storico e teorico della musica specializzato in aural training, contrappunto e improvvisazione storica >> Counterpoint and Partimento  
The 189 Partimenti of Nicola Sala, Vol. 2  

A cura del M° Umberto Coletta.

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1 Maggio 2022